Occupazione: qualcosa è cambiato

James Athey, Senior Investment Manager, Aberdeen Standard Investments

Fino a non molto tempo fa, il rapporto sull’occupazione negli Stati Uniti era probabilmente il documento più atteso dagli investitori obbligazionari globali. Oggi non è più così.

Naturalmente sappiamo che il tasso di occupazione andrebbe preso in considerazione insieme ad altri fattori, in realtà è sempre stato una delle componenti maggiormente esaminate dagli investitori. E’ difficile individuare un altro dato che, da solo, abbia attirato così tanta attenzione dopo la crisi finanziaria.

Sotto molti aspetti, l’attenzione dedicata al rapporto sull’occupazione era meritata. Infatti a seguito della crisi finanziaria, le misure straordinarie di politica monetaria sono rimaste in vigore più a lungo di quanto si pensasse inizialmente. La Federal Reserve ha cercato di raccogliere sempre più dati che dimostrassero la sostenibilità della ripresa nel mercato del lavoro, nonché i segnali che i salari stessero salendo.

Il rapporto sull’occupazione è stato fondamentale per la Federal Reserve, poiché contiene i dati sulla crescita dei posti di lavoro, sulla disoccupazione e sui salari. Prendendo in considerazione anche gli indici dei prezzi mensili CPI (indice dei prezzi al consumo) e PCE (indice dei prezzi per la spesa dei consumi personali), potrebbe emergere uno scenario che potrebbe far presagire una variazione della politica monetaria. Di conseguenza, ogni dato in esso contenuto è monitorato attentamente e stato sottoposto a infinite interpretazioni.

Oggi qualcosa è cambiato e i mercati hanno reagito in modo assai più contenuto rispetto all’ultimo periodo. L’oscillazione media giornaliera del rendimento dei Treasury decennali è passata da 11,6 p.b. nel 2015 a 8 p.b. nel 2016, 5,8 p.b. nel 2017 e 5,7 p.b. quest’anno.

gli investitori hanno più fiducia nella ripresa e, di conseguenza, danno meno valore alla sola analisi dei dati come quelli contenuti nel rapporto sull’occupazione

Le ragioni sono due. La prima è la solidità della ripresa negli Stati Uniti, che comporta che i dati siano meno suscettibili agli influssi temporanei dei mercati finanziari. La seconda è che la ripresa è stata favorita dalla politica fiscale, che di fatto è stata una parte mancante dell’equazione negli ultimi cinque o sei anni. La combinazione di tali fattori significa che gli investitori hanno più fiducia nella ripresa e, di conseguenza, danno meno valore alla sola analisi dei dati come quelli contenuti nel rapporto sull’occupazione.

L'elemento principale di questo cambiamento potrebbe essere Jerome Powell, nominato Presidente della Federal Reserve a febbraio 2018. Jerome Powell infatti sta cercando di trasmettere il messaggio che la stretta della banca centrale va accolta positivamente e la semplicità di tale messaggio si traduce sia nell’economia reale che nei mercati finanziari. Le difficoltà dei mercati emergenti, le oscillazioni dei mercati finanziari e il clima teso non si riflettono nei suoi interventi, diversamente dal suo predecessore. Non sembra incline a cambiare idea, e tale approccio rende meno critico l’esame dei dati a breve termine da parte degli investitori.

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